QUEL Treno. La Vita

E’ da stamani (a un anno esatto dalla strage alla Stazione di Viareggio) che cerco di tornare, col pensiero, a quel giorno.
A quella normalissima giornata di ferie, conclusa tirando a far tardi, davanti alla tastiera del computer, come ora.
Solo, a un certo punto, poco dopo la mezzanotte, un continuo ululare di sirene sullo sfondo.
Forse, un bosco a fuoco. Forse le autobotti dei Pompieri: di notte, infatti, gli elicotteri e i Canadair della Protezione Civile (tante altre volte visti mentre, raccolta l’acqua al largo, andavano a scaricare sulle colline dell’interno) non si alzano in volo.
Poi, di buon’ora, al mattino, le prime immagini da una postazione “di fortuna” (mai termine suonò più improprio…) davanti alla Stazione di Viareggio, e, in breve, quel susseguirsi di notizie, e il bilancio sempre più tragico, le immagini di un rogo che aveva ingerito vite, case, strade: un intero quartiere (lo si capì dopo) non tra quelli più eleganti della città.

Da giorni, ero certo che stasera avrei percorso in bicicletta i pochi chilometri del lungomare per unirmi a coloro che parteciperanno alla commemorazione della strage.
Poi, quasi inatteso, un turbinio di pensieri.

Il tentativo di rivivere, ora dopo ora, quale era stata la giornata vissuta da quei tanti Viareggini (poco importa dove fossero nati) e i progetti da loro coltivati (poco importa se fossero per l’indomani  o per gli anni in cui i figli sarebbero stati “grandi”), o anche, il semplice desiderio di coricarsi (a finestre aperte), dopo una giornata di lavoro. E  il tentativo di osservare da vicino “quel” paletto di ferro, infisso e dimenticato  nella massicciata fra Viareggio e lo Scalo: non erano solo i Ferrovieri e gli Operai delle Ditte appaltatrici che dovevano evitarlo, che dovevano stare attenti a non inciamparvi.
Lui sapeva che i treni che gli passavano accanto (sia quelli che stavano rallentando la loro corsa prima di entrare in Stazione diretti al Nord, e sia quelli che diretti a Pisa, o a Lucca, avevano appena lasciato Viareggio) avevano il loro percorso ben tracciato, ma da anni chiudeva gli occhi per la paura quando gli sfrecciavano accanto gli ES o quei treni merci, veloci, bui, lunghi e sferraglianti. Quando li riapriva, respirava solo con difficoltà, per qualche attimo, per la polvere che si era sollevata e che lo colpiva; noi che viaggiamo, da anni, in carrozze con i finestrini chiusi (e, spesso, anche con l’aria condizionata) quasi abbiamo dimenticato quel sapore che ci avvolgeva quando, da ragazzi, per brevi, o lunghi tratti ci sporgevamo dal finestrino di un treno in corsa.
Ma lui, quel picchetto, la polvere non poteva dimenticarla; da anni vi era immerso e ne era stordito. Non aveva dubbi: era stato dimenticato e non ricordava più niente di quando si era sentito fiero di esser utile per tracciare una linea.

Altri, ancor oggi, sono fieri di lavorare in Ferrovia.
Ricordo un dolce e intenso articolo (letto sulle pagine de LA STAMPA, poco meno di un anno fa) dedicato a quel Ferroviere che stava conducendo quel treno merci, quella notte, e a cui era stato dato solo qualche attimo di tempo per scappare, nel buio, dopo aver avvertito lo sganciarsi di un carro, aver intravisto quella nuvola mortifera espandersi silenziosa lungo i binari e verso le case e aver intuito l’irreparabile (pur senza poterne stimare le dimensioni). E che, poi, continuava a stare chiuso in casa.

Fra qualche ora, i Conducenti di tutti i treni che attraverseranno la Stazione di Viareggio azioneranno per tre volte il fischio: una testimonianza, certo, ma  anche un modo per attirare l’attenzione sul problema della sicurezza e risvegliare dal torpore chi, dopo ogni strage, dimentica.

Ho percorso, giorni fa, i primi chilometri in uscita da Viareggio (verso Lucca) nella cabina di guida di un treno Regionale, su cui la giovane Capo treno aveva offerto ospitalità a me e alla mia giovane figlia.
Il Conduttore aveva fatto vedere a Gioia come avrebbe potuto azionare il “fischio”, ma di fronte all’aria affascinata (ma quasi paralizzata) della piccola, lo aveva fatto lui stesso.
Eravamo quasi all’altezza di via Ponchielli e, fra me lui e la Capo treno, erano bastate poche parole per rivivere una emozione fortissima e sconvolgente.
La giovane Capotreno, prima di perforare il biglietto che Gioia le offriva, mi aveva chiesto se fossi stato un Ferroviere.
“No, mio Padre ha lavorato per una Ditta appaltatrice e, forse, anche per questo amo la Ferrovia”.
Ma il groppo alla gola, in quei momenti, aveva tante ragioni per esserci.
Si è sciolto, poi, grazie al panorama, all’attesa della Stazione di Pescia, la Città di Pinocchio.
Qualche ora fa, Gioia mi ha chiesto: “Stasera, babbo, vai al Treno o stai con noi?”.

Anche l’altro mio figlio, più di 25 anni fa, si era riferito a un Treno come a qualcosa di vivo.
Da pochi giorni, c’era stata la strage dell’Italicus e Simone aveva detto: “Hanno ammazzato un Treno”.

Un amico prete, un giorno, aveva usato un’immagine che mi aveva colpito: “La vita è come un Autobus: c’è gente che, di continuo, vi sale e vi scende. Per un lungo tratto, ci si trova gomito a gomito a percorrere la stessa strada”.

Appena qualche attimo prima, quella sera, a Viareggio, quel treno era stato solo un rumore, nel buio.
Forse, anche per quel picchetto rugginoso, che si era liberato da poche ore dai raggi cocenti del sole che avevano infierito, come ogni giorno, da anni, sulla sua ruggine.
Solo Benigni e Troisi potevano sognare di “fermare Cristoforo Colombo”, purtroppo…..

Un pensiero su “QUEL Treno. La Vita

  • 2 Luglio 2010 in 10:49
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    Buongiorno, innanzitutto, a rete3.
    Sono Davide Binazzi, ho 50 anni e vivo a Bologna. Faccio parte della Scuola di Formazione Politica “Caponnetto” e mi occupo di Associazionismo e Volontariato. Mi sentivo di lasciare un commento al post dell’amico Roberto in quanto, ahimè, anche la mia città ha vissuto momenti terribili in prossimità della ferrovia.
    La strage della stazione del 1980 ha prodotto una ferita che, a distanza di 30 anni, ancora non si è rimarginata. Diverse le cause dei due fatti, identici il dolore e lo smarrimento. Comprendo, quindi, benissimo lo stato d’animo dei Viareggini. E comprendo anche come Roberto può aver vissuto quella commemorazione. Ogni anno, il 2 agosto, alcuni amici di altre città mi inviano, ormai come tradizione, un sms che recita più o meno così: “Oggi siamo tutti bolognesi”. Questo sta a testimoniare la vicinanza e il calore di una intera nazione nei confronti di una sua parte ferita. Per questo vorrei mandare ai cittadini di Viareggio lo stesso messaggio: Oggi, 29 giugno, siamo tutti viareggini.

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