Manganelli e i manganellatori

Sessant’anni, Avellinese, faccione rassicurante e pacioso, Antonio Manganelli (mai nomen fu più omen!), deve la sua ascesa al vertice della Polizia di Stato non solo al suo brillante curriculum di criminologo e questore, in piazze dificili come Palermo e Napoli, o a collaborazioni illustri – come quelle con Falcone e Borsellino e Gianni di Gennaro – ma anche alla non secondaria circostanza di essersi trovato lontano da Genova, in Puglia, durante i tragici fatti del G8 2001. Una coincidenza che ha reso più facile – come notarono allora, nel  2007, diversi commentatori, l’appoggio alla decisione del governo Prodi anche della sinistra cosiddetta radicale.

Manganelli – ieri a Palermo per commemorare  con Maroni le vittime della strage di via D’Amelio – un paio di giorni prima è stato ad Avellino, la sua città di origine, per incontrare gli studenti del suo – e mio – vecchio liceo.  “Dott. Manganelli – gli ha chiesto un ragazzo – che ne pensa dei fatti della scuola Diaz? E dei pestaggi, delle molotov portate dall’esterno e attribuite invece agli occupanti?”

Per il capo della Polizia di un Paese democratico, sarebbe stato facile fronteggiare la provocazione e trasformarla in un assist. Avrebbe potuto prendere le distanze dai colpevoli materiali, già condannati, peraltro, in due gradi di giudizio. Avrebbe potuto sottolineare il sacrificio di tanti poliziotti nella lotta per fronteggiare l’illegalità ed isolare i fatti di Genova come eccezionali e dolorosi. Avrebbe persino potuto invocare il beneficio del dubbio per i dirigenti condannati in secondo grado – tutti ben conosciuti e vicini a Manganelli – in attesa della sentenza definitiva in Cassazione. E comunque sottolineare che un gruppo di mele marce non fa l’intero canestro e che l’Istituzione si sarebbe impegnata in futuro per fronteggiare al meglio situazioni che, come Genova, richiedono un surplus di professionalità e di attenzione. E invece…

E invece la risposta del Capo della Polizia – ribadita in varie interviste alle TV locali – è stata di quelle da far crollare le braccia: “Si è trattato di un’operazione che poteva essere condotta con più pacatezza ed ha visto… un po’ di irruenza (!). Ma bisogna inquadrarla nel clima di quei giorni con le devastazioni a Genova e la presenza in città di tremila guerriglieri provenienti da Paesi esteri… Il bombardamento mediatico, anche di questi giorni, presenta un’ immagine che contrasta profondamente con la verità storica e dentro questo contesto si isola l’abuso del singolo poliziotto “. Insomma per Manganelli, le teste e i computer spaccati, i pestaggi a freddo, le mani già alzate fratturate dai manici dei manganelli usati a rovescio, le prove manipolate (molotov, e coltelli comparsi ad arte), insomma la totale sospensione delle garanzie costituzionali e dei diritti dell’uomo (per non parlare delle ignobili pagine scritte a Bolzaneto) sono solo l’abuso del singolo poliziotto, l’effetto di un clima di stress. Lo stesso, si potrebbe aggiungere, che fa spaccare i denti a un inerme ragazzo in motorino, colpevole  di passare nel posto sbagliato, o pestare alla cieca chi si oppone a una discarica o rumoreggia durante un comizio. La sensazione che si ha è che la Polizia di questo Paese, in molti suoi uomini assolutamente benemerita, sia ancora decisamente tollerante con i troppi fascistoidi e violenti che rimpolpano certe sue file e troppo incline ad autoassolversi comunque: anche quando le evidenze dicono l’esatto contrario.

Come la Chiesa coi preti pedofili, il governo coi ministri ladri, il potere – qualsiasi potere – con chi osa gridare che “Il re è nudo”.

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