Centrosinistra alternativo: il canto del Cign..arella?

Antonio Gengaro sindacoAvevo evitato, finora, di commentare le vicende del Centrosinistra avellinese all’indomani delle scorse elezioni di giugno. Per incredulità, amarezza, ma anche per la speranza di una ricomposizione, necessaria e doverosa, che invece non solo non c’ è stata, ma di giorno in giorno si è fatta sempre più difficile.

Se è vero che è appare – e dovunque – quasi una maledizione biblica della sinistra frazionarsi, dividersi, massacrarsi i marroni tafazzianamente, spaccare il pelo, insomma farsi del male in ogni caso e comunque (Adamo doveva essere mancino e Abele senz’altro comunista) la città aveva assistito al miracolo di un riagglutinarsi delle forze e degli entusiasmi ben prima delle elezioni di giugno, tanto che un pirla come me, lontano dalla politica attiva locale da più di dieci anni se ne era lasciato entusiasmare e aveva profuso ogni sforzo per incoraggiare anche gli amici a fare altrettanto. Merito di ciò andava in gran parte ad Antonio Gengaro, che dopo cinque anni di coerente opposizione sui banchi del Comune – e pur nella debolezza di un suo professionismo in sedicesimo della politica – si era proposto come riferimento di una opposizione dura alla riconferma del sindaco Galasso, in nome di un riscatto della città dall’approssimazione e dalla sudditanza a De Mita, ai Manciniani e agli immobiliaristi, strozzini e giocatori d’asta in tribunale, border-line della legalità.

Antonio Gengaro Amalio Santoro Centrosinistra alternativoAttorno a Gengaro, si erano da tempo aggregati, e con convinzione, i ragazzi dei circoli cittadini di Rifondazione, l’anziano ma non domo Tonino Di Nunno, i militanti dello zoccolo duro e antidemitiano dell’ex PCI irpino di Sinistra Democratica, con Michele D’Ambrosio a far da guida; e che tuttavia non solo aveva promosso l’operazione Gengaro come l’unica carta spendibile e credibile per un’alternativa alle destre (comprese quelle camuffate sotto le bandiere del PD), ma si era anche saggiamente defilato per lasciare a Gengaro maggiore autonomia e più spazio di manovra nel suo dialogo con la parte cattolica e moderata della città. E se i socialisti locali, per un piatto di fagioli, avevano abbandonato la scialuppa prima ancora che fosse varata, nonostante tutto questa riusciva a reggere bene alle onde sollevata dalla spaccatura interna a Rifondazione, tra i Vendoliani del segretario Imbriano – che aveva deciso di appoggiare Galasso e addirittura candidarsi alle primarie – e il grosso della federazione provinciale. Si giungeva in questo modo alle elezioni del 6 giugno in un clima di rinnovato entusiasmo, di relativo ottimismo e di discreta sintonia – pur nella consavelezza della debolezza del progetto nelle periferie, dove, per inesperienza e assenza di radicamento pregresso, si faceva fatica a stabilire una presenza solida. Ma anche di valida proiezione a livello provinciale, dove seppure all’ultimo momento, si concretizzava un progetto simmetrico a quello cittadino, intorno alla candidatura di un altro cattolico: l’ex giovane segretario del Partito Popolare, Amalio Santoro, meno irruento e mediatico di Gengaro, ma da tutti apprezzato per l’indiscussa moralità e dignità.

Nell’entusiasmo della campagna elettorale due nèi non venivano però adeguatamente evidenziati e rimossi: quello della forma della democrazia interna – che oscillava tra un assemblearismo vecchio stampo (incapace di assumere le moderne forme della comunicazione asincrona ed online) ed interpartitici che faticavano a definire un soggetto politico realmente comune – e quello della contribuzione economica, conditio sine qua non per una piena  libertà di movimento e per sentirsi davvero impegnati ad una prospettiva di lavoro comune.

Il risultato del primo turno poneva inoltre le basi di tutti i successivi problemi: se infatti a livello provinciale il risultato era soddisfacente, con circa il 7% dei suffragi e due consiglieri eletti (il sindaco di San Potito Giuseppe Moricola e il candidato presidente Santoro), a livello cittadino la mancata elezione per pochi voti della rappresentante di SD, lasciava al solo Gengaro l’onere della rappresentaza in consiglio. Le prime contraddizioni si manifestavano subito: da un lato qualche esponente di Rifondazione e dei Comunisti Italiani proponevano, timidamente, quell’apparentamento con la coalizione Galasso che, in caso di vittoria, avrebbe potuto garantire consigliere e visibilità; dall’altro SD, orgogliosamente e pregiudizialmente contraria ad un accordo che si definiva ormai fuori tempo massimo – per l’altrettanto caparbia volontà del PD di segnare ogni forma tangibile di discontinuità – rimarcava la propria libertà d’azione; dall’altro Gengaro e la componente residua di Libera Città, ammorbidendo il precedente atteggiamento di contrapposizione radicale, sembravano sempre più orientati a far pesare, dall’esterno, i propri voti alla coalizione stretta attorno al PD. Gengaro ventilava anche in pubblico l’eventualità di una Presidenza di Consiglio così come offerta da Galasso, ma era un’opzione tra le altre, un pour parler generico, apparentemente senza vera sostanza. Si giungeva così a luglio e alla partenza di molti per le ferie senza che si fosse organizzato un reale coordinamento, lasciando aperte troppe questioni: la stategia comune, la sede, le forme di autofinanziamento, il “chi decide che e come”. Poi, all’improvviso, la doccia gelata: mentre la maggioranza ex DC del PD rompeva con l’ala bersaniana (cioè coi fassiniani e bassoliniani ex DS– quanta ipocrisia e opportunismo in queste etichette!) ed anzi proprio in virtù di questa spaccatura, Gengaro accetta di essere eletto alla Presidenza del consiglio comunale con soli 21 voti, 1 in più della magioranza e 5 in meno del totale del solo PD. Presidente dunque non di tutto il consiglio, ma solo della parte manciniana. Una decisone presa in solitudine, e non condivisa, e che costringeva perciò D’Ambrosio e Sinistra democratica a prendere pubblicamente le distanze: a riaffermare cioè la volontà di non aprire nessun credito a Galasso e alla sua maggioranza per mantenere le posizioni decise dall’elettorato nell’urna. La divergenza di vedute apriva un solco profondo tra Gengaro e il resto della coalizione: decidendo di assumere un ruolo istituzionale, Gengaro sceglieva di contare senz’altro più di un semplice consigliere – potendo ad esempio stabilire l’ordine del giorno ed influenzare nomine decisive – ma lasciava l’opposizione tutta, priva dell’unica sua voce. Contestualmente si spiazzava e indeboliva di molto il ruolo di Amalio Santoro, che si era fatto carico della rappresentanza moderata nel centrosinistra alternativo provinciale, e che nel frattempo vedeva SD sostituire all’idea del gruppo unico provinciale quella della permanenza dei due distinti simboli, in nome di una maggiore efficacia pratica d’azione, ma in realtà soprattutto per non rinunciare a una visibilità compromessa dal risultato comunale e minaccciata dal pressing di Socialisti e Vendoliani in prospettiva Sinistra e libertà. Nei mesi seguenti, il Centrosinistra alternativo provinciale riusciva comunque a conservare una certa vitalità, mentre quello cittadino, risucchiato Gengaro in un rapporto di sostanziale collaborazione con il sindaco, finiva in una fase di stallo totale.

A dicembre, Gengaro era tuttavia costretto a sorpresa a dimettersi dalla carica quando la maggioranza franceschiniana del Pd, si rifiutava di far proprio un ordine del giorno, da lui caldeggiato, sulle lunghe liste d’attesa per gli esami di laboratorio e le visite specialistiche. Una provocazione bella e buona, tanto più in presenza tra gli invitati al dibattito del direttore Generale della Città Ospedaliera Pino Rosato. Le dimissioni di Gengaro hanno illuso molti della possibilità di risvegliare il moribondo dal coma. Un comunicato del segretario cittadino di Rifondazione salutava con soddisfazione le dimissioni ed anche SD si augurava una svolta. Ma Gengaro, che pure da presidente aveva svolto un ruolo di garanzia e qualità, gelava nuovamente tutti: si offriva di nuovo ai voti della maggioranza, stavolta compatta, e si riprendeva di nuovo la carica.

Amalio Santoro  Nunzio CignarellaL’ultimo atto si è consumato venerdì 8 gennaio. L’esponente di punta del gruppo Gengaro e già candidato al collegio di Avellino 1 per il Centro sinistra Alternativo, il prof. Nunzio Cignarella, rendeva nota la sua accettazione dell’incarico di “Responsabile scuola e formazione” del PD, pur rimarcando la sua autonomia come non tesserato. In pratica decideva di aprire un credito personale al PD locale e alla sua neo-segretaria provinciale, immaginando di poter rappresentare, da solo (o con Gengaro e Capone?), una forza capace di spostare almeno gli equilibri interni del partito.

Una mossa che, seppur legittima, denunciava per l’ennesima volta un senso di autorefenzialità e un certo velleitarismo, proprio nel momento in cui alla vigilia di un probabile pastrocchio post-bassoliniano, sarebbe invece necessario rilanciare – unitariamente e pressando il PD con un’ampia massa critica – le istanze più uliviste e di rinnovamento della sinistra, in vista di una svolta netta, etica e di rottura in Campania, magari attorno a una candidatura come quella De Magistris: in mancanza della quale le macerie non si lasceranno attendere. 

Se poi ci si illude che a edificio crollato, i topi rimasti possano scappare e che l’occupazione preventiva di posizioni interne al PD possa rappresentare chissà quale futuro vantaggio, si mostra di sognare ad occhi aperti e in vista dell’ incerto si decide di buttare spicciativamente a mare tutto quanto di buono si era riusciti a far finora maturare. Con una perdita di credibilità, umana e politica, che anche se  difficilmente rimediabile, abbiamo tutti il dovere di contribuire a sanare.

Schiacciato tra defezioni e crisi di identità, tra difficoltà e lentezze, l’esperienza del Centrosinistra alternativo parrebbe alla sua ultima fermata, al canto del cigno. Se oggi, però, ci si rassegnasse e non si producesse un decisivo scatto di reni, tempi foschi davvero si aprirebbero per tutti: per una sinistra di movimento, sempre più isolata,  per lo stesso PD, condannato all’abbraccio mortale, alla resa senza condizioni al vecchio e  rancoroso Moloch di Nusco, ma soprattutto per quanti in città e provincia continuano, per necessità o passione, a sperare in una stagione nuova, di civiltà e dignità.

P.S.

Ho scritto questo post nella notte tra venerdì e sabato. Non avevo ovviamente ancora potuto leggere quanto Tonino Di Nunno aveva nel frattempo dichiarato al cronista del Mattino. Eccone un copia-incolla:

“Il centrosinistra alternativo che avevate ipotizzato stenta tuttavia a decollare. «Vero. Bisogna però insistere nell’offrire un’alternativa praticabile a quanti non si riconoscono in questo Pd. E mi duole, sinceramente, vedere molti amici che ne avevano sostenuto lo sforzo, abbandonare Libera Città senza alcuna apparente ragione politica». Il riferimento è ad Antonio Gengaro? «A Gengaro e a quanti sono rientrati nottetempo nel Pd senza che fossero risolti alcuni nodi che ci avevano spinto a uscire dall’allora Margherita e a creare questo nuovo soggetto politico».

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