La città (ospedaliera) delle meraviglie

Città ospedaliera AvellinoNon ci son solo Donato Pennetta e gli assessori Verrengia e Biazzo  a far da protagonisti nelle “comiche” di inizio d’anno avellinesi. A rubargli la scena, a fare da competitor nel “That’s incredible”degli orfani della “Balena Bianca” c’è l’ineffabile Pino dottor Rosato, già segretario proviciale “margherito” ed oggi direttore generale della Città Ospedaliera.

Non tanto perché i suoi reiterati annunci di apertura sono stati altrettante volte disattesi ; ma perché il Pino, il primario manager che promette mirabilie, non è in grado, ad oggi, nemmeno di far cambiare il vetro rotto e le mattonelle e i pannelli che fanno bella mostra di sè, da almeno un anno proprio all’ingresso principale della struttura.  Il taglio del nastro, prima o poi, lo faranno: una sforbiciata a Bassolino e Galasso non la si può negare. E nemmeno i pasticcini, l’acqua santa e la banda, ma…

Città ospedaliera Avellino ingressoE’ che l’opera, che pure ha il merito di liberare gli Avellinesi, dall’incubo di finire i propri giorni in un letto del San Gennaro o dell’Ascolesi, è un corpaccio sovradimensionato e mangiasoldi che lungi dall’essere completato è già tutto un rattoppo. Mattonelle e pannelli saltati ovunque. Un pronto soccorso che invece di stare, come dovrebbe, il più vicino possibile all’entrata sta dal lato opposto, il più lontano. Per non parlare dell’altro pronto soccorso, quello ostetrico. E’ ancora più su, 300 metri e due piani più lontano.

“Signora resista! Vuole farlo nell’atrio o in ascensore? Resistere! Resistere! Resistere! Vincere e vinceremo!”

La verità è che come tutte le Grandi opere post sismiche (il Mercatone, il Teatrone, il Municipione e chi più ne ha più ne metta di “-oni”) la città ospedaliera nasce malissimo, ancora in piena Prima repubblica, figlia di due mostruosi genitori: il demitismo al suo apice e l’ATI Bonatti – Fiat enginering – Scic, testimoni il Subappalto e l’Approssimazione. Un progetto monstre col sospetto del precotto, del riciclato alla bisogna in quattro e quattrotto. Brutto come la morte e forse immaginato per altri climi ed altri sottosuoli, con quella selva di pilastrini e travetti esterni che a inaugurazione ancora a venire hanno la superficie già rovinata e i ferri arrugginiti ormai a vista.

Città ospedaliera Avellino atrio 1Per ragionare alla Zola, race, milieu e moment non potevano produrre un frutto più marcio. Un po’ per uno: io ti consento di fare  i tuoi affari nel mio feudo e tu in cambio ti carichi la presidenza (e i debiti) dell’Avellino calcio (che i voti li porta a carrettate). Tu altro mi apri il fabbricone appena fuori città e io ti faccio spartire la torta senza neanche sporcarti troppo le mani. Tu ancora mi concedi i fondi regionali e io ti faccio piazzare un po’ di personale gradito alla tua corrente e al tuo sindacato di riferimento. I manager e i primari e le forniture, ovviamente me li pappo io che sono l’azionista morale di maggioranza. Per i portantini e le briciole facciamo un po’ per uno.

La ciliegina sulla torta, la tanto sbandierata facoltà di medicina, è saltata: l’hanno scippata ai demitiani i salernitani che avevano però un bacino più grande e poco poco qualche secolo di tradizione medica in più: peccato, perché i primari più fedeli sarebbero andati in pensione con gli ambiti galloni di professore universitario e i figli di papà ossequiosi al regime si sarebbero viste spalancate le porte di luminose carriere e di facili prebende. Ma i tempi son cambiati: il Grande Timoniere di Nusco è oggi impegnato a combattere più modeste battaglie per la sopravvivenza e il suo ex-fido scudiero di Montefalcione ha un potere più di chiacchiera che reale.

Senza tralasciare, oggi, le amenità del quotidiano: dalle recinzioni di cantiere che definire naif è poco; alle imprese che  – nonostante i periodici blitz dei carabinieri del colonnello Sottili – consentono ai loro muratori, in regola a singhiozzo, di lavorare senza le più elementari norme di sicurezza; alle cartellonistica interna ed esterna che più approssimativa non si può; al fatto – e questo chiama pesantemente in causa il Comune – che pur essendo l’Ospedale ormai inglobato nel perimetro urbano – è praticamente irragiungibile a piedi; all’assenza di un parcheggio per il pubblico, che solo oggi si sta cominciando a programmare; a quel profluvio di travertino delle facciate interne che si eclissa (per tagli al budget?) proprio sul prospetto principale; ai non rari  casi di malasanità e alle interminabili liste d’attesa che consigliano a molti Avellinesi di servirsi dei vicini e più rassicuranti plessi di Solofra e Benevento. Per una gestione complessiva troppe volte approssimativa e provinciale ma tronfia e pretenziosa. E che ha capitoli oscuri, come i milioni di euro spesi per l’edificio monstre del plesso Moscati aospedale avellino via colombo 1 via Colombo (già destinato alla dismissione) i cui lavori partirono ben oltre l’avvio dei lavori della nuova cittadella (e che, val la pena ricordarlo, fu finanziata solo perché la vecchia, in piedi per scommessa, doveva essere “urgentemente” abbattuta in quanto non antisismica).

Approssimazione e provincialismo (a voler essere buoni).

“‘A iatta cieca fece i iattilli cecati” recita un vecchio adagio irpino. Chi l’ha composto aveva forse visto in sogno la città del 2000 e le sue cittadelle

P. S.
Questo è quel che si può leggere  della Città Ospedaliera nel sito dello studio salentino che ne ha curato la progettazione (TD&Z:architetto Ilario Toscano ed associati):

Le volumetrie stemperate verso l’esterno, le coperture a tetto, i rivestimenti in “perlato coreno” (pietra locale), favoriscono l’ integrazione ambientale del manufatto, mentre le soluzioni interne di finitura ed arredo intendono privilegiare la vivibilità residenziale degli spazi, nell’indirizzo dell’ umanizzazione ospedaliera“: sfido chiunque vi abbia messo piede a trovar traccia di queste virtù  o dell’asserito sforzo di integrazione ambientale del manufatto: certo  ha un tetto a spioventi e non demenzialmente a terrazza come il Teatrone, il Mercatone o la nuova sede del Liceo Scientifico, ma il senso di alienazione degli infiniti corridoi è veramente angosciante. Il top si raggiunge poi con le rampe di scale: per scendere o salire da un piano all’altro bisogna ogni volta percorrere metà del gigantesco anello centrale prima di trovare la rampa successiva: tutti quelli che le hanno percorse la prima volta si sono irrimediabimente smarriti.

 

2 pensieri riguardo “La città (ospedaliera) delle meraviglie

  • 18 Gennaio 2010 in 16:19
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    Vorrei aggiungere una sola annotazione all’analisi (totalmente condivisibile) fin qui fatta sul monstrum della Città ospedaliera: provate a dare un’occhiata agli scavi per le fondamenta dei blocchi ancora in costruzione. Sono costantemente soggetti ad allagamenti per la fuoriuscita di una qualche sorgente sotterranea e proprio ieri un medico che presta servizio alla Città ospedaliera mi raccontava che a volte si percepiscono distintamente sinistri scricchiolii del pavimento ed, addirittura, lievi ondeggiamenti. E questo in una zona altamente sismica, come la nostra! Dobbiamo solo augurarci di non dovere mai trovarci di fronte alle solite inchieste (tardive) della magistratura alla ricerca di colpevoli che mai pagheranno per l’ennesima tragedia annunciata

  • 14 Gennaio 2010 in 13:28
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    Mai ridere della situazione in cui si trovano amici che vivono in una terra non propriamente “ben amministrata”!
    Con i tempi che corrono (meglio sarebbe, forse, dire “che ristagnano”) potrebbe sempre tornare di attualità il vecchio adagio: “oggi a te, domani a me”.
    Ma, pur temendo che il futuro possa non esser meglio dell’oggi, lasciate che vi arrivi (e non con finalità meramente consolatorie) qualche notiziola di contorno, dalla Firenze di oggi.
    Uno dei grandi Ospedali costruiti nel passato ventennio è il “Nuovo San Giovanni di Dio”, a Torre Galli (al confine comunale con Scandicci).
    Doveva servire, fra l’altro, a “svuotare” lo storico contenitore nel centro di Firenze.
    Oramai, a struttura già attiva, da anni, oramai ci siamo rassegnati:
    – a constatare che (urbanisticamente parlando) il Nuovo Ospedale è collocato in un sito inaccessibile (strettoie, nodi inestricabili di viabilità urbana, assenza di collegamenti con mezzi pubblici!) non solo dalla Città, ma anche dalla sua più prossima periferia (Isolotto);
    – a veder crescere il degrado attorno alla storica collocazione (a 20 metri dal Lungarno), in piccola parte ancora occupata da Ambulatori e Uffici.
    Tranquilli: anche qui avremo le Elezioni.
    C’è chi pensa che, ancora, il cromatismo abbia il suo fascino e possa pagare.
    Per ora, i due Candidati già schierati sono:
    – Rossi (e, si spera, basti la parola);
    – Toscani (l’Oliviero, fotografo, il cui Cognome, beffardamente, sembra richiamare a una rivisitazione in chiave “leghista” di un’appartenenza geografica).

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