Fratello Tony, tovarisc Gianfranco

Fini saluto romano copiaE’ l’estate delle conversioni sulla via di Damasco, dei giri di valzer a sopresa. Certo, anche Rutelli e signora erano passati dal più radicale laicismo al più ossequioso papismo da nobiltà nera capitolina. Ma il loro era sembrato un percorso dettato piuttosto da un opportunismo teocon da smania di integrazione altoborghese che l’approdo di una sincera conversione. Anche le clamorose vicende di Follini e Magdi Allam, mi si passi l’accostamento, erano parse viziate da rancori e frustrazioni, da rivalse e stanchezze e, dopo lo stupore iniziale, non avevano più lasciato una durevole impronta.

Ebbene, mentre il cammino di conversione, di recente sbandierato da Tony Blair all’annuale Meeting di Comunione e Liberazione, sembra solo riecheggiare in salsa british l’itinerario dei Rutellis, più controverso, ma forse più degno d’attenzione, pare (pare) l’itinerario politico-spirituale di Fini al secolo Gianfranco, passato in un “ventennio” dal saluto romano ad avanzate posizioni di laicità, pluralismo democratico e tolleranza, se non addirittura di solidale accoglienza, verso gli immigrati.

All’inizio della sua parabola, mi riferisco a Fiuggi, tutti pensarono a una furbata. Sdoganare posizioni altrimenti destinate ad un’inconcludente residualità, parve a tutti, nel cataclisma post ’89, l’unica via possibile per un capo fazione di buon fiuto. E non furono pochi, dentro e fuori il suo partito a definirlo – o a pensarlo – come un “grandissimo figghi’e bbottana”. Poi ci furono le prime insospettabili prese di posizione a favore delle libertà personali, in tema di coppie di fatto e di diritti civili: tanto più inattese sulla bocca di un campione di una parte politica che aveva fatto della virilità italica, della “lotta al frocio” un orgoglioso marchio di fabbrica. Si amiccò allora a del tenero con la Prestigiacomo e si cercarono comunque tra le pieghe di private lenzuola le ragioni di una svolta che lasciava perplessi compagni (pardon, camerati) di partito e avversari. Col tempo le prese di distanza finiane da Berlusconi e dalle linee guida del centrodestra si son fatte sempre più incalzanti. E si è ipotizzato allora uno strumentale tentativo di smarcamento dall’egemonia di Arcore o un ammiccamento a sinistra in funzione Quirinale. Sarà. Può anche  essere. Certo è che le parole di Fini – sempre più serenamente o addirittura entusiasticamente accolte a sinistra – paiono cadere in un imbarazzante vuoto a destra. Di Fini appare sempre più netto l’isolamento, la terra bruciata attorno, il che non è un bene per la prospettiva di una crescita in Italia di una destra civile, tollerante e post-populistica sulla scia di quella francese o tedesca.

A meno che… 

 

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