La verità e la fibbia

fibula prenestinaPer gli amanti della lingua di Catullo e di Orazio la stroncatura di Margherita Guarducci dell’autenticità della fibula praenestina fu come per un bambino l’aver beccato la mamma con il sacco di babbo Natale o per un Avellinese la scoperta dell’inesistenza di san Modestino. Falso in realtà era considerato non l’oggetto, una fibbia per appuntare l’abito in spalla, ma l’iscrizione incisavi sopra: la prima, la più antica, in un latino così arcaico da risultare incomprensibile già ai tempi di Plauto: Manios med fhefhaked Numasioi, come a dire qualche secolo dopo Manlius me fecit Numerio (Manlo mi fece per Numerio). Migliaia di italici prof per anni spiegarono amorevolmente ai loro alunni come quel fhefhaked contenesse, in compendio, la desinenza finale del past-tense inglese (-ed) e un raddoppiamento comune al perfetto greco e a ad altre forme latine (come do/dedi) ma ancora sconosciuto per facio. L’iscrizione della fibula, insomma, era una sorta di santo feticcio che illuminava gli occhi solo a citarla, un’illustre reliquia come la Sindone. E come per la Sindone dopo la prova del carbonio 14, il disvelamento scientifico aveva provocato una crisi di certezze, la delusione collettiva, il panico. Come se si fosse scoperto che la Commedia Dante l’avesse solo scopiazzata o Beatrice fosse in realtà un barbuto signore. Con la differenza che l’autorità della Guarducci, la massima epigrafista italiana, agli occhi dei latinisti valeva assai di più del carbonio 14. Non si discuteva e basta. Tanto più che la qualità del ragionamento da lei prodotto per dimostrare che il falso, per tanta esibizione di italico genio inorgogliva e consolava le stesse vittime di quella cocente delusione.

A distanza di trent’anni, tuttavia, un nuovo studio di Annalisa De Bellis riapre completamente il caso, con argomenti in parte logici, in parte linguistico-archeologici: la scoperta, ad esempio, di alcune nuove epigrafi attestanti quello stesso, finora unico, fhefhaked leggibile sulla fibula.

E’ la riprova che quando si tratta di scienza, ma anche di umane faccende, non si può mai indulgere al dogma.

La verità è un bene troppo prezioso, e a volte straordinariamente sfaccettato, per essere considerato un monolite acquisito per sempre.

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