Profondo Sud. 5. Tra acqua e terra.

Santa Maria del GranatoIn (tri)millenario pendolo tra pianura e collina,  non è frequente trovare a Mezzogiorno una sintesi serena tra radici terragne montane e il richiamo del mare. I pastori guerrieri che parlavano l’Osco (gli antenati di Sanniti, Campani, Lucani e Bruzi) impararono a lavorare il bronzo dai Micenei e il ferro dai nipoti di quelli, i Greci. Dal mare arrivarono culti e viti ed olivi: una promessa di prosperità finchè gli stranieri venuti da Oriente non si accontentarono più di commerci ed approdi ma si impadronirono con le armi delle piane irrigate più belle, fondando città che, per prosperità e cultura, nulla avevano da invidiare alla madrepatria: Taranto, Metaponto, Sibari, Crotone, Reggio e le perle della Sicilia: da Zankle/Messina a Siracusa e alle sue figlie, poi ad Akragas e più su, tra Scilla e Cariddi, fino a Poseidonia, Partenope e  Cuma, l’ultima, più a Nord, madre di Sibille ma anche dell’alfabeto che oggi chiamiamo latino. Elea sta là in mezzo, piantata in un lembo di costa cilentana dai profughi di Samo raminghi nel Tirreno: l’oracolo aveva indirizzato quei disperati in Corsica, ma gli Etruschi li avevano cacciati via con la forza. Un buco c’era ancora, a Sud di Poseidonia, e lì andarono a piazzarsi i costruttori della Porta Rosa, i concittadini di Parmenide.

Chi ha consuetudine con la piana pestana non fa fatica a capire il perché della consacrazione della città al dio delle acque, a Posidone. La città nasce alla foce del Sele come scalo tirrenico di Sibari proprio per i commerci con gli Etruschi ed il Nord. Ma tutta la piana è un tripudio d’acqua: non solo il grande Sele, un tempo maestoso per l’acqua che oggi abbevera la Puglia, ma anche il Solofrone, l’Alento e le tante sorgive carsiche che ne solcano i bei campi e, azzurre di carbonati, formano il travertino che ha dato ossa ai suoi straordinari templi dorici. Posidone è l’acqua del mare, ma anche le viscere della terra da cui scaturisce l’acqua di fonte. Ma c’è un’altra dea, più importante di lui, a cui i Pestani di ogni tempo affidano le loro preghiere: Era/Giunone, l’utero per eccellenza, la Pronuba che presiede alle nozze ed al parto, la dea in trono col melograno in mano, Santa Maria del Granato. A lei, e non a Posidone, erano consacrati i grandi templi nel témenos; suo il santuario del porto a Foce Sele, suoi la maggioranza degli ex-voto, gli uteri, i granati. Sua la processione che in un alba di agosto vede le donne di Capaccio portare in processione sulla collina che domina Capodifiume i modellini di barche infiocchettate per invocare il ritorno dei mariti.

Io, in trent’anni, non ho mai visto la barca di un pestano: qualche moto d’acqua, qualche pattino, sì. Nell’eterno pendolo tra collina e monti, i capaccesi della moderna Paestum hanno preferito rimanere ben saldi alle loro spiagge dorate: lasciando ai pescatori di Agropoli i perigli marini e a Marocchini e Rumeni il duro lavoro in campagna, core a core con Bufale, carciofi e granoturco. Non piangono più la libertà perduta sotto le mura della città lucanizzata. Non muoiono più di malaria nella piana allagata e malsana. Son benestanti, pasciuti e un po’ indolenti. La loro sintesi d’acqua e terra l’hanno trovata da un pezzo.

Un pensiero su “Profondo Sud. 5. Tra acqua e terra.

  • 23 Agosto 2009 in 19:44
    Permalink

    Carissimo Pasquale,
    una sola domanda:
    – con tutta questa Storia di cui è ricca la Piana, me lo spieghi che cavolo ci faceva un “bischero” di Allievo del XIII Corso ACS a “giocare” con i carri armati, assieme a tanti altri “buontemponi ventenni” e ad altri “in carriera”, ciascuno con le sue stellette, nella valle del Fiume Sele, fra Eboli e Battipaglia?
    Il terreno era gravato da una Servitù militare.
    Correva l’anno 1966.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.