Quei legni bianchi lucidi e la “linea gialla”

lilliSono tornato a Viareggio.
Non potevo non farlo.
E’ come se avessi voluto scusarmi, almeno un po’, del sole che ho potuto prendere in questi giorni a non più di 10 km. da dove, spesso, il pensiero si fermava. Ho, di nuovo, percorso quella pista ciclabile sul Lungomare. L’ora (molto più tarda del solito) non mi ha fatto notare niente di particolare. In realtà, non cercavo niente con lo sguardo; sapevo che dovevo arrivare “in Darsena”. Solo nell’ultimo tratto, prima del molo, qua e là, qualche piccolo, isolato, tricolore, con uno straccetto nero. Poi, due grandi schermi luminosi (di quelli che ospitano pubblicità) in passeggiata, attraversati da un drappo nero, raccolto lateralmente. La “Darsena”, credo equivalga al “di là d’Arno” a Firenze.
Non mi avventuro nella ricerca di altri paralleli con quartieri di Città che conosco meno; certamente, le caratteristiche di questa parte di Viareggio, nata a sostegno dell’attività di costruzione di scafi, defilata, oramai, rispetto a quella edificata per dare prevalente ospitalità alle decine di migliaia di turisti, sono quelle che più sono omogenee al carattere autenticamente viareggino (sempre che uno sia conosciuto come tale).
Sfilare davanti a quelle quindici bare e pensare non è stato facile.
Molto più semplice: camminare lentamente, affacciarsi un attimo, in punta di piedi, sulle vite di quelle persone per come un cartello con un mome e cognome, una foto, un oggetto appoggiato sopra la bara, o (per due era così) quella bandiera che avvolgeva la cassa e piangere. Per niente semplice è stato passare davanti alla terza ed alla quinta: quelle due bare di legno bianco lucido. Sulla prima, fra i fiori, un piccolo “Dalmata” di pelouche. Sull’altra, una piccola “Lilli”; così come il cucciolo di Dalmata, anche l’altro pelouche appariva troppo nuovo e pulito per poter esser creduto un compagno di giochi di uno di quei due Bambini. Erano, probabilmente (ma non per questo meno preziosi), segni di una pietà, di un viatico individuato come possibile da una mano umida di pianto che ha cercato di rendere meno pesante quel viaggio iniziato, anche per questi due fratellini, addirittura una settimana fa. Fra l’una e l’altra, una bara di colore marrone scuro. I Cognomi dei tre, quasi, pretendevano di far velo su una cosa che tutti sapevano: in mezzo ai due fratellini, c’era la bara con i resti della Mamma.
Non ce l’ho fatta.
Per un attimo ho pensato di poter cercare un Responsabile (solo per quel che riguarda l’allestimento della “camera ardente”) e chiedergli se, nella notte (dopo le 22), dopo che si sarebbero spente, per poche ore, telecamere e cineprese, non avesse potuto assumersi la responsabilità di un suo, personalissimo, gesto di pietà: avvicinare quelle tre bare, fin quasi a farle toccare (anche solo per un lembo, anche solo con il mescolarsi dei fiori che erano sopra ed accanto a ciascuna delle tre). E’ un gesto istintivo, per una Mamma, quando attraversa una strada (anche sulle strisce) dare la mano ai propri Bambini e chiedere loro di aspettare e di attraversare assieme a lei, tenendoli per mano. Figurarsi quando si fa un viaggio così lungo e, quando ci si ritrova dopo esser dovuti partire all’improvviso, con solo quello che si aveva indosso, se non addirittura nel sonno.
Spero davvero che questo incontro, nel frattempo, ci sia stato davvero e che quella distanza “protocollare”, uguale a quella che segnava il distacco di ogni altra bara da quelle contigue, possa solo essere il segno di una mancanza di attenzione, della remora ad alleviare, nei segni, qualcosa che mi rifiuto di credere sia parso “innaturale” solo a me. O, forse, la rassicurazione che in quell’incontro (dei giorni scorsi, quello lontano dalle telecamere) la Mamma aveva dato loro era stata sufficiente per farli affacciare, in modo distaccato (quasi curiosando, da un’altra dimensione) su quei legni, su quei fiori, su quei piccoli pelouche, allineati anche loro due fra i “Grandi”. Anche loro che ancora non avevano gustato la gioia di crescere, di sentirsi “grandi”, anche solo di fronte ad uno un po’ più “piccolo”. Se un altro abbraccio, come spero, c’è stato, la impalpabilità di quei corpi che si sono ritrovati, adesso ha consentito ai tre di rientrare l’uno nell’altro; ha permesso alla Mamma di riassaporare il periodo di quelle due gravidanze ed ai Bambini di dimenticare, per incanto l’insopportabile dolore delle ustioni, le urla che ne hanno accompagnato la percezione, e di ritrovare quel sicuro, conosciuto liquido e quei rumori ovattati, nella cui percezione i loro corpi avevano iniziato a vivere.
Anche se per troppo poco.
Però, a noi (che ancora siano qui), che abbiamo, più volte, nascostamente, messo, o visto mettere, accanto a quelli che erano stati i corpi di familiari e di persone amate (nascoste fra i drappeggi, o ben visibili) piccoli oggetti cari a chi era partito, o il disegno di un Nipote, a noi -lo ripeto- quella distanza “protocollare” è apparsa solo un incongruo prezzo pagato alle “esequie solenni”, in una Città tramortita, segnata.

Un pensiero su “Quei legni bianchi lucidi e la “linea gialla”

  • 7 Luglio 2009 in 2:28
    Permalink

    C’è un motivo particolare, un filo rosso che lega le tue emozioni alle mie: da una delle mie finestre, d’inverno imbiancate di neve, vedo le montagne dove quei piccoli, il loro fratellino più grande e i genitori, a giorni avrebbero trascorso le vacanze dai nonni materni, a Bagnoli Irpino. Che il Dio della pietà, se c’è, possa conservare a Leonardo, l’unico dei fratelli a salvarsi, il sostegno del suo papà, che, insieme a lui, lotta ancora per vivere.

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