“Fuga” di Stato

simpsons_USVe la ricordate Rita Clementi, la ricercatrice che scrisse una lettera a Napolitano per denunciare lo stato della ricerca nelle universita’ italiane?

Bene e’ stata di parola: l’altro giorno e’ volata a Boston. Non prima di aver rilasciato un’intervista infuocata al Corriere della Sera denunciando ancora una volta il sistema baronale sul quale si reggono gli organici universitari Italiani.

“Sono stata bocciata in due diversi concorsi” dice “per fare spazio a figli, parenti, amici e persino gente ‘simpatica’ ai potenti”. Poi continua: “Appena ho inviato il mio curriculum a Boston non si sono fatti scappare l’opportunita’ di assumermi”. Peccato che non le abbiano pagato il viaggio di andata ed e’ stata costretta a viaggiare low cost. Bene, gli States sono costosi e bisogna risparmiare.

Eh gia’, quando lavorava all’universita’ di Pisa guadagnava “non piu’ di 1,400 euro al mese” e il suo lavoro di ricerca sulle presunte origini genetiche dei linfomi “non venivano neanche valorizzati”.

In definitiva il messaggio lanciato tra le righe del Corriere e’ stato molto chiaro: universita’ italiana brutta e cattiva, universita’ americana bella e brava.

Adesso chiudete gli occhi (tenendoli magari un po’ aperti per continuare a leggere l’articolo) e immaginate se il modello universitario americano fosse imposto alla lettera in Italia. Non so voi, ma quello che io ho visto quando ho provato a fare questo esperimento avrebbe spaventato persino i manifestanti di Teheran.

Sicuramente il modello universitario anglosassone non crea un terreno fertile per il proliferare di baroni, di professori scorretti (per non dire s****i) e di corruzione. Sicuramente il successo dell’universita’ anglosassone lo si deve ad una valorizzazione continua e costante del corpo studentesco e non di quello docente, perche’ gestita da persone che del loro successo ne ricevono diretto tornaconto. Ma a che prezzo?

Sicuramente molto alto. In America, per frequentare l’universita’ si pagano in tasse dai 10,000 ai 50,000 $ e magari anche di piu’, poiche’ e’ la fondazione privata a decidere sui costi, in base a curve di domanda e linee di mercato.

Ecco che due domande sorgono spontanee:

–     Lo Stato italiano, con il 106% di debito pubbico sul PIL, sarebbe davvero disposto a spendere tali cifre per mantenere gli studenti? I continui tagli delle varie finanziarie ci suggeriscono di no.

–      Lo Stato Italiano, e’ disposto a controllare caso per caso, persona per persona, quello che avviene  nelle proprie universita’, magari mettendo in atto una sana competizione rispetto alla qualita’ degli studenti e del corpo docente sapendo che cio’ porterebbe ad una crescita esponenziale dei corsi di laurea a numero chiuso? Le carneficine di piazza che ne deriverebbero rispondono da sole.

Quindi, cara Rita Clementi, si assicuri che il biglietto che ha comprato per l’America non e’ anche di ritorno e, segua il mio consiglio, resti a Boston.

Gli Italiani hanno deciso: l’universita’ deve restare statale e aperta a tutti.

Magari se il Governo aprisse un po’ di piu’ il portafoglio per aumentare il volume delle mazzette, non sarebbe affatto male.

Un pensiero riguardo ““Fuga” di Stato

  • 2 Luglio 2009 in 7:49
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    Ricordo di aver letto che un buon indicatore del livello di una sede Universitaria viene, convenzionalmente, assunto pari alla media delle distanze fra la sede stessa e le residenze di coloro che la frequentano.
    Più una sede è prestigiosa, e maggiori sono le distanze che gli Studenti sono disposti a coprire (trasferendosi) per frequentarne i Corsi.
    E’ una cosa cui penso spesso, quando mi trovo ad attendere un treno Regionale (uno ogni 20 minuti) alla stazione di Prato Porta al Serraglio. Da quando salgo in treno, dopo nemmeno mezz’ora sono in pieno centro a Firenze.
    Nell’attesa del treno, lo sguardo si sofferma su decine e decine di giovani che entrano ed escono dall’edificio (so solo che è bello, a vedersi) del Polo Universitario Pratese.
    Così come, per rimanere nella Regione che conosco meglio, ricordo di quando Grosseto “conquistò” una sede distaccata dell’Università di Siena.
    Prima di chiudere questo commento, mi sono ricordato (percorrendo una via di una cittadina che, parimenti frequento per ragioni di lavoro) di aver notato un cartello che indica la “Sede distaccata di Follonica dell’Università di Siena”. Ne ho cercato, due minuti fa, conferma sul sito dell’antico Ateneo della Città del Palio e leggo: “Altre Sedi: Arezzo, Colle Val d’Elsa, Follonica, Grosseto, S. Giovanni Valdarno”.
    Certamente, Rita Clementi ha collaborato (per il solo fatto della “fuga” cui si è costretta) a tenere alto il livello dell’indicatore assunto per dare prestigio e fama all’Università di Boston.
    Sarebbe, da noi, “istruttivo” enumerare:
    – i Politici locali, variamente collocati, che hanno “conquistato” qualche Aula per il proprio territorio;
    – che “carriera” hanno, poi, fatto detti Politici, reclamizzando il risultato raggiunto;
    – quali legami, palesi o meno, li legavano ai Docenti (o anche soltanto agli Impiegati) alle cui cure furono affidate le Sedi distaccate;
    – (con le difficoltà, anche culturali, che perseguire un simile obiettivo da noi comporta) tentare di misurare la “produzione scientifica” che queste Sedi hanno consentito di patrimonializzare;
    – a quali e quante occasioni formative di livello Universitario “prodotte” da queste Sedi abbia fatto seguito una coerente valorizzazione lavorativa.
    Qualcuno ha già iniziato.
    Di “casta” in “casta”; mi pare siano pochi a poter davvero vantare di esser… casti.
    Parafrasando don Lorenzo Milani, qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a dire: “La castità non è più una virtù”.
    Ma, almeno nei fatti pubblici, non dovrebbe essere così.

    Roberto Bertoli

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