Il Tempo e una condanna a 150 anni

cellaChe bello essere imbroglioni in America!

 

Se ti beccano, ti condannano a stare 150 anni (indipendentemente da quanti ne hai quando una Corte ti riconosce colpevole) in una cella.

Non è specificato se, da una certa data in poi, dopo una breve sosta in frigorifero, la cella possa ridursi ad una dimensione di poco superiore a una cassa di zinco rivestita di mogano (senza con ciò violare il Quinto Emendamento o contraddire l’assicurazione che Guantanamo verrà smantellato); né se, dopo un paio di decenni da questo primo trasloco, la nuova cella possa diventare ancor più piccola.

Comunque, che per 150 anni la Giustizia federale si sia impegnata a tenerti d’occhio dovrebbe certamente non dispiacere a  chi (fra un paio di migliaia di anni) dovesse interrogarsi sulla provenienza di quel mucchietto di polvere.

 Ah, il vituperato “relativismo”! Ah, la Scienza!

Già quella le cui conquiste siamo in grado di apprezzare in questo nostro breve batter di ciglia, in questo lembo di  Universo di  cui siamo ospiti, sembra esser in grado di avvalorare  l’ipotesi (mi hanno solo raggiunto agenzie di stampa ed ignoro se le parole pronunciate dalla Cathedra conservino qualche eco della proverbiale, millenaria prudenza),  che i sacri  resti ispezionati  siano effettivamente appartenuti, come sostiene la Tradizione, a colui che iniziava ogni sua lettera con “Carissimi….”.

Certo: se si fosse trovata anche la penna, sarebbe stata un’altra cosa, ma…

Figuriamoci che cosa non potrà svelare (fra tremil’anni) l’ispezione della celletta, che subentrerà a quella in cui la Giustizia federale terrà sotto vigilanza per i prossimi 149 anni, 11 mesi e 29 giorni il reo confesso.

Forse si potrà (un’ipotesi remota, ma possibile) persino arrivare a sostenere, che sulla base della rilassatezza dei tessuti , il, si fa per dire, “pover’uomo”  abbia vissuto tranquillamente, quanto meno, i 70 anni precedenti il primo esame autoptico; dopo aver vissuto allegramente tanti anni,  pazienza se qualche sera,  nei successivi 150,  la TV satellitare non avesse funzionato a dovere.  Civili come sono,  qualche spicciolo per la macchinetta del caffè  nell’ora d’aria gli Americani glielo avranno pur lasciato. Niente a che vedere con quello che, da noi, fece ustionare la lingua, e abbreviare la pena, a Michele Sindona!

 

Non so bene perché (o, forse, faccio finta di non saperlo) mi vengono in mente un paio di cose lette un pò di tempo fa: rispettivamente qualche mese (un’AMACA di Michele Serra) e qualche anno (il bel libretto, edito da Sellerio, di Francesco Berti Arnaoldi “VIAGGIO CON L’AMICO”).

Nei giorni cupi in cui si consumavano, senza silenzio, gli ultimi attimi di quell’infinito “tempo supplementare” di Eluana, Michele Serra si era trovato a supporre (stando all’enfasi di certe asserzioni) che  la morte facesse più paura a chi  affermava di considerarla  solo come un “passaggio”, che a chi – ateo come lui – avrebbe invece avuto tutto il diritto di sperare la fine dell’unica sua vita il più lontano possibile .

E, poi, quelle stupende e leggere pagine di quell’Autore, che era stato Partigiano e che anni dopo si era ritrovato, lontano da quella Bologna in cui entrambi erano stati bambini e poi ragazzi, ad individuare i resti della baracca in cui l’amico deportato aveva trascorso gli ultimi giorni delle sua vita in un campo di sterminio… E le parole per rendere l’idea dell’emozione di trovarsi a percorrere gli stessi spazi che il corpo dell’amico, anni prima, aveva frequentato… E sentire questa comunione, molto più di un abbraccio, nella intensa fisicità che l’immateriale può fare percepire, se solo ci si attrezzi su una lunghezza d’onda molto più in sintonia con la vita di quanto non afferri chi si ostini a ritenere che i sensi siano solo quei cinque che si studiano a Scuola.

 

Insomma: la Giustizia federale può permettersi di tracciare intorno all’età di un uomo già attempato un raggio talmente esteso da far supporre che la circonferenza possa ricomprendere sia la data di nascita del suo bisnonno che quella della morte dei figli dei suoi bisnipoti.

E nessuno ne avverte l’assurdità.

 

Qualche cigolio, tuttavia , sembra potersi avvertire quando la ricchezza di storia che ha un filo d’erba (e la sola Piazza dei Miracoli, a Pisa, ne ha milioni e milioni), quella che contengono gli Oceani o di cui è ricca anche solo una roccia dolomitica, si trovi a cedere il passo al contenuto di un’urna che non pare essersi ri-amalgamato con la terra che ancora ci sostiene e ci alimenta.

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