La mia (sofferta) dichiarazione di voto

.Scritto da Pasquale_Pirone sul blog di Nando Dalla Chiesa

Non ho mai pensato ad astenermi, neppure nei momenti di maggiore disincanto e sconforto.
Né mi è nuova la difficoltà di votare: nel mio collegio c’è sempre stato il peggio del becerume familistico-amorale in salsa intellettual-magno-greca (Ciriaco De Mita) oppure qualche mezza tacca al suo traino, destinata tuttavia a far carriera: il senatore Mancino, ad esempio. Oppure un craxiano, in piena tangentopoli; o il più servile e inoffensivo dei DS, tanto per non fare ombra al Genio di Nusco: una risorsa per lo Stato, un patrimonio del Centro-sinistra. Oggi l’Affabulatore principe non c’è, ma Repubblica e il Corriere continuano a dedicargli mezze pagine scappellanti. Non c’è, ma nelle giunte ci sono ancora tutti i suoi; e minaccia di mandare tutti a casa se qualcuno alza troppo la voce.

Qualche mese fa non avrei avuto dubbi su chi votare.

L’avevo aspettato troppo il P.D. Atteso e preparato fin dalla fine degli ’80. Dai tempi della Rete. Da quando in quella terribile emergenza italiana – tra bombe di mafia e corruzione imperante – laici e cattolici, compagni e giovani “boy scout”, amici dell’ “agendina” e di tante convergenti iniziative si misero organicamente insieme, per ricostruire i presupposti minimi di una convivenza civile.

Ho poi sofferto con i “Progressisti”, ed ho sperato con l’Ulivo.
Ho rivotato Ulivo anche con le foglie già ingiallite, con il tronco svuotato di cittadini e riempito invece di apparati di partito.Nonostante De Mita, messo all’angolo da Prodi, fosse tornato a dominare il partito in Campania, spartendosi questa “terra in croce” col suo complice Bassolino. “Ci stimiamo molto” ha dichiarato il Governatore ancora in settimana.

Avrei dunque, nonostante tutto, finalmente votato P.D.

Per Prodi, per dalla Chiesa e per la Bindi. Perché speravo che quella prospettiva tanto attesa e necessaria non si snaturasse oltre.

Poi (e tralascio le vicende locali) è successo un po’ di tutto.
Veltroni , sempre più simile all’imitazione di Guzzanti, vira nella direzione di un Piccolo Ulivo, autoreferenziale e monarchico, anzi a reggenza “baffinica” controllata. E nonostante le professioni di lealtà (“Siamo nati per rafforzarlo il governo”) non li nomina proprio più l’Ulivo e Prodi; e gli scava anzi la fossa – proprio quando Berlusconi è all’angolo e si potrebbe cominciare a distribuire i dividendi della stagione del rigore – tirando in ballo l’idea della riforma, che risuscita l’avversario in coma e spinge Mastella e Dini a cercare, spasmodicamente, una via di fuga.

Il resto è storia di oggi: il giovanilismo senza costrutto; l’emarginazione di chi più si è agitato contro il Cavaliere; l’affare Lumia e Dalla Chiesa; le eccezioni per le “mogli di” e per le “figlie di”.
Fuori De Mita e dentro i suoi scarti di fabbrica o le ragazzine insulse che hanno fatto la tesi su di lui.
I toni americani.
Le porte in faccia alla sinistra e i ponti d’oro ai radicali.

Le mie, già fragili, certezze vacillano.

Penso a Di Pietro: promette di portare in Parlamento un manipolo di Resistenti scaricati in blocco da Veltroni. Mi guardo intorno: al Senato, nella mia circoscrizione non c’è né la Borsellino e nemmeno una sua pallida copia. Chi c’è, non merita; e non arriverebbe comunque all’8%. Voto sprecato.
Alla Camera è peggio: né ho intenzione di premiare Bertinotti o Pecoraro Scanio. Resta Di Pietro: l’appello di Travaglio mi ha convinto.

Ma mi sovviene il passato: Di Pietro mi ha già fregato tre volte. La prima: il suo unico senatore, Carrara, non fa nemmeno in tempo a metter piede a Palazzo Madama che già si converte forzitalico.
Lo voto di nuovo alle europee perché sta con Occhetto e Giulietto Chiesa: manco il tempo dello spoglio e si sfascia tutto.
La terza volta c’è la perla Di Gregorio, il ciccione in rolex di Italiani nel Mondo, un vero galantuomo.
E mi sovviene di Formisano, ex Udeur, e della Federcasalinga Rossi Gasparrini, che prima si pappa il seggio e poi si getta tra le braccia di Mastella.
Controllo allora per scrupolo chi ci sia stavolta in posizione sicura alle spalle di Di Pietro: è una mia coetanea che nelle foto del suo sito si mostra piaciona e scosciata in sottoveste e dichiara di aver venduto le sue quattro boutique per investire in politica. No grazie. No davvero.

Mi chiuderò allora tutte e due le narici: voterò P.D. sia alla Camera che al Senato, ma so che dopo le elezioni è tutto da rifare.
Lo faccio solo perché arroganza e barbarie, incultura e xenofobia, questa volta, almeno non facciano cappotto.

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